Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Liturgia per la chiusura del XII Sinodo Diocesano
e apertura dell'Anno Pastorale 2025-2026
Basilica Cattedrale
Cefalù, 11 ottobre 2025
Carissimi fratelli e sorelle,
benvenuti in questa nostra Basilica Cattedrale!
Grazie per avere risposto al mio invito a convenire a Cefalù così numerosi per ringraziare il Signore per il cammino che ci ha fatto percorrere attraverso l’esperienza sinodale. Saluto le Autorità civili e militari presenti e, in modo particolare, i Sindaci dei Comuni Madoniti, il Sindaco di Cefalù, Prof. Daniele Salvatore Tumminello, e il Sindaco di Petralia Sottana, Dr. Pietro Polito.
Desidero inoltre porgere un affettuoso saluto al Parroco di Petralia Sottana, Don Giuseppe Murè e al Vicario parrocchiale, P. Giuseppe Garofalo, e ai membri del Comitato “Maria Santissima dell’Alto”.
Vi ringrazio di cuore per aver accolto con sollecitudine il mio invito a condurre qui la venerata immagine della Madonna dell’Alto.
È un evento senza precedenti nella storia di Cefalù: per la prima volta, in occasione del Giubileo, la Madonna dell’Alto scende dagli elevati monti delle Madonie per raggiungere le sponde del Tirreno, suscitando in noi una profonda gioia e gratitudine!
Il significato simbolico è profondo: Maria, Madre della Chiesa, si fa pellegrina tra i discepoli del Figlio suo, visitandoli là dove vivono, lavorano e sperano.
Il suo cammino dall’Alto è segno di una nuova visitazione, che porta la gioia dello Spirito a un popolo che accoglie con fede il dono del Salvatore, custodito nel suo grembo e consegnato alla Chiesa.
Oggi questo popolo si ritrova unito nella Cattedrale, giungendo dalle vette delle Madonie fino alle coste del Tirreno, dal fiume Torto al fiume Pollina, con la gioia e l’entusiasmo di camminare insieme per annunciare Gesù Cristo, nostro Salvatore.
Carissimi,
abbiamo camminato insieme dietro a Gesù, spinti dal vento dello Spirito Santo.
Siamo qui per ringraziare il Signore per il dono grande del Concilio Ecumenico Vaticano II che ha riaffermato la definizione della Chiesa come Popolo di Dio che cammina unita, pastori e fedeli, nella storia per essere segno del Regno di Dio offerto a tutta l’Umanità. Si deve ancora al Concilio anche la riscoperta di una dimensione costitutiva della Chiesa: quella di essere sinodale [1].
Siamo qui per ringraziare il Signore per il ricco magistero di Papa Francesco che ha spinto la Chiesa a dare concretezza al rinnovamento voluto dal medesimo Concilio e confermato di recente da Papa Leone XIV.
Concludiamo oggi la fase celebrativa del Sinodo diocesano.
L’evangelista Luca presenta la missione di Gesù come un cammino verso Gerusalemme, la Città santa.
Gesù ha scelto di attraversare due regioni la Samaria e la Galilea, la prima era considerata una terra maledetta perché abitata da un popolo che ha tradito la fede d’Israele. Giudei e Samaritani, due popoli separati da inimicizia e odio reciproco. Inimicizia che risaliva a ben sette secoli prima. Difatti gli Ebrei non attraversavano la Samaria per arrivare alla Città Santa e i Samaritani avevano il loro centro religioso sul monte Garizim.
Le divisioni quando sono alimentate dal sentimento religioso e dal nazionalismo sono insanabili.
Motivo importante per incrementare sempre più il dialogo costruttivo tra le religioni, affermare la libertà religiosa e la cultura dell’incontro.
Gesù non ha messo confini alla sua missione evangelizzatrice. Anche noi nei giorni del Sinodo abbiamo attraversato territori umani distanti da una vita di fede e le nostre decisioni sono state mosse non dal giudizio, bensì dal desiderio di ascoltare tutti, di proporre a tutti e condividere con tutti il dono dell’annuncio del Regno di Dio.
Gesù fa ingresso in un villaggio e gli si fanno incontro dieci lebbrosi.
La lebbra in ebraico si dice tzaraat (dalla radice tzara che significa colpito, castigato da Dio per aver commesso una qualche colpa). Col termine lebbra si indicava qualsiasi infezione della pelle. Anche se generalmente corrispondeva a quella malattia scientificamente conosciuta come la lepromatosi.
Il libro del Levitico detta le norme per il trattamento di un lebbroso: «Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: "Impuro! Impuro!". Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento» (Lv 13,45-46).
Gli vennero incontro dieci lebbrosi. fermandosi a distanza.
Il brano di Luca presenta tratti da parabola che contiene un messaggio di salvezza. Per comprenderlo bisogna andare aldilà del miracolo. Alcuni indizi spingono verso questa interpretazione come il villaggio anonimo e il fatto che i lebbrosi stanno dove non dovrebbero stare appunto in un villaggio, in un centro abitato.
Il villaggio anonimo nei vangeli è sempre negativo. È il luogo tradizionalista, chiuso alle novità dello Spirito. È il luogo dove impera il detto “si è sempre fatto cosi” ed è un ambiente refrattario e ostile all’azione di Gesù.
Il gruppo dei lebbrosi è misto, composto da Ebrei e da un Samaritano. Nelle calamità, come è stato durante il contagio del covid19, si abbattono le barriere e le differenze perché si comprende che stiamo tutti sulla stessa barca e ci si salva insieme. Nel pericolo comune ci si sente solidali.
L’evangelista dunque narra l’episodio come una parabola per offrire un insegnamento ai discepoli e paragona il peccato alla lebbra che rende insensibili le parti del corpo colpite dall’infezione cosicché non si riesce più a percepire ciò che è dannoso e la persona ne esce sfigurata. È immagine il peccato, fratello della morte.
Così il conservatorismo, il legalismo, come la malattia della lebbra, provoca una insensibilità verso il messaggio di Gesù.
Tutti e dieci invece di gridare “immondo, immondo” per avvertire della malattia contagiosa gli si fanno incontro tenendosi a distanza e gridando aiuto con una preghiera piena di fede.
Il Signore non compie alcun gesto e li invita a presentarsi al sacerdote come prescrive la legge nel Levitico per accertarsi della guarigione e quindi dichiararli puri.
Dobbiamo constatare che tutti e dieci offrono un anticipo di fiducia nelle parole di Gesù e si avviano presso i sacerdoti sicuri della loro guarigione. Infatti, appena allontanati dal villaggio, furono purificati, guariti.
L’abbandono del villaggio li ha guariti, la lebbra era legata alla permanenza nel villaggio, il luogo del si è sempre fatto cosi. Guariscono dal tradizionalismo, dalla visione rigida della legge, dall’intolleranza, dall’intransigenza. Torna la sensibilità verso chi è fragile e invoca aiuto.
Ma a questo punto uno solo, lo straniero, il samaritano, l’eretico, il peccatore, si stacca dal gruppo e ritorna indietro “lodando Dio a gran voce e si prostrò per ringraziarlo”. È l’unico che torna a lodare Dio e ringraziare Gesù. Il Samaritano prostrandosi e lodando Dio e ringraziando Cristo fa la sua professione di fede riconoscendo nel Cristo la presenza di Dio. Nove sono stati guariti, il samaritano è stato salvato.
L’dea di Luca è che spesso quelli che noi reputiamo “lontani da Dio”, diventano spesso modelli di fede.
Vedi il centurione romano (Lc 7,1-10), vedi la peccatrice (Lc 8,43-48), l’emorroissa (Lc 8,43-48). Chi è lontano è sempre legato da Dio al suo amore, anche se l’uomo non lo sa. L’amore di Dio è come un elastico, più ci si allontana più la forza dell’attrazione aumenta.
E’ strano, chi non era ritenuto degno di dare gloria Dio è l’unico che gli da gloria.
Il samaritano si prostra ai piedi di Gesù per ringraziarlo ma Gesù gli consegna una missione “Alzati e va la tua fede ti ha salvato”. Il dono di Dio consiste nella salvezza, l’averci salvati dall’annientamento, dalla distruzione della nostra vita, la lebbra era considerata sorella della morte, ci ha salvati dal peccato che conduce alla morte.
Anche noi questa sera siamo tornati rendendo lode al Signore per il cammino che in questi anni di esperienza sinodale ci ha fatto percorrere.
Siamo qui rendendo grazie per il dono dello Spirito che insieme abbiamo ricevuto e che come un fiume ha attraversato e ancora disseterà la nostra Chiesa.
Il XII Sinodo diocesano che con questa celebrazione concludiamo si pone nel solco dell’aggiornamento della Chiesa proposto dal Concilio Ecumenico Vaticano II, ne prolunga l’ispirazione e ne rilancia la forza profetica per il mondo di oggi; è una pietra miliare della nostra Diocesi nella realizzazione della Chiesa delineata dal Vaticano II.
Condivido con voi quanto Giovanni XXIII pronunciò nella Basilica Vaticana all’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II: «È appena l’aurora [tantum aurora est]: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente!» [2].
Tantum aurora est sia la nostra espressione di meraviglia per quanto il Sinodo ci sta donando; Tantum aurora est sia il segno della nostra conversione sinodale; Tantum aurora est sia la nostra consapevolezza che il Sinodo avvia percorsi e non definisce compimenti; Tantum aurora est sia il nostro slancio in avanti verso Cristo, unico e pieno giorno (cfr. Gv 8,12).
Abbiamo iniziato il cammino sinodale guardando a Maria Santissima di Gibilmanna, nostra Madre e modello della nostra Chiesa, e alla Sua scuola abbiamo imparato gradualmente la docilità alla Spirito e l’apertura alle novità di Dio.
Abbiamo concluso il percorso sinodale volgendo ancora lo sguardo verso Maria che ci chiama a salire in alto, rifuggendo così da visioni meschine e autoreferenziali, e con Lei imparare a respirare a pieni polmoni l’aria nuova che solo lo Spirito Santo può donarci.
Con il segno “popolare” di accompagnare l’icona mariana con le fiaccole accese abbiamo fatto memoria di quanto accadde a conclusione del Concilio di Efeso la notte del 22 giugno 431 e di quanto accadde in Piazza San Pietro la sera dell’11 ottobre 1962 per salutare l’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Segno che la fede del popolo è in perfetta sintonia con la fede di Maria, la Madre del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo.
La grande esperienza sinodale apre alla nostra Chiesa locale un modo di essere e di agire che può e deve diventare stile, metodo e forma di Chiesa, in linea con l’ecclesiologia conciliare; avvia un processo; non è stato un momento ecclesiale concluso; non si può parlare al passato; offrendo una forma di partecipazione alla sollecitudine per la Chiesa, indica la direzione da prendere, mettendola in cammino, nella certezza di aver ascoltato la voce dello Spirito che la guida sui sentieri della storia verso il Regno di Dio [3]. […] Il XII Sinodo diocesano avvia dei processi che ora sono affidati agli operatori pastorali e ai responsabili dei diversi organismi, nonché all’intero popolo di Dio; indica la direzione da prendere; si è in cammino, senza ritenersi mai degli arrivati [4].
La Chiesa di Cefalù, attraverso la grazia dello Spirito Santo, con il XII Sinodo diocesano vuole rigenerarsi, nascere nuovamente.
Alzati e va, Chiesa di Cefalù, Chiesa Madonita!
Riparti dalla parola di Dio, evangelizzando prima te stessa e, poi adempiendo fermamente il comando di Gesù Cristo Risorto: “Andate dunque, e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20). Amen.
[1] Cfr. Lumen gentium, nn. 9-12.
[2] Giovanni XXIII, Discorso per l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 9.2, Città del Vaticano, 11 ottobre 1962.
[3] Documento Sinodale, Conclusioni.
[4] Ibidem.


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