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Omelie del Vescovo (11.07.2026)

13/07/2026 10:06:00

Segreteria Vescovile

Omelie del Vescovo (11.07.2026)

XVII anniversario dell'ordinazione episcopale e rendimento di grazie per gli anniversari di ordinazione sacerdotale

Omelia del Vescovo di Cefalù

S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante

 

Celebrazione eucaristica

nel XVII anniversario dell'ordinazione episcopale 

e rendimento di grazie per gli anniversari di ordinazione sacerdotale

 

Parrocchia San Michele Arcangelo

Gratteri, 11 luglio 2026

 

 

Carissimi fratelli nel sacerdozio, cari diaconi, religiosi, religiose, e voi tutti, popolo santo di Dio: vi saluto tutti con affetto. Sono contento di celebrare con voi, qui a Gratteri. Saluto il primo cittadino, il neo eletto sindaco Giacomo Santoro, il mini sindaco che rappresenta le generazioni future e tutte le autorità civili e militari presenti.

Oggi ci stringiamo attorno a questi nostri fratelli che ricordano e celebrano l'anniversario della loro ordinazione sacerdotale[1]. Un anniversario che non è mai una semplice ricorrenza anagrafica o un traguardo umano da festeggiare con una medaglia. È, prima di tutto, un tuffo nel mistero della fedeltà di Dio. Celebrare tanti anni di sacerdozio significa dire: “Signore, la tua grazia è stata più forte della mia fragilità”.

E la liturgia della Parola di oggi sembra scritta appositamente per illuminare questo ministero che, da anni, questi fratelli portano avanti nei vasi di creta della loro umanità; della nostra umanità (cfr. 2Cor 4,7). Vi metto anche il mio ministero.

La prima lettura del profeta Isaia usa un’immagine bellissima: la pioggia e la neve che scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata (cfr. Is 55,10-11).

Vorrei ricordare ai sacerdoti che, nel giorno dell’ordinazione diaconale, ci è stata consegnata la Parola di Dio. Ci è stato detto: “Ricevi il Vangelo di Cristo di cui sei divenuto annunziatore”. E poi, nel giorno dell’ordinazione sacerdotale, durante le promesse, il vescovo ha chiesto: “Volete adempiere degnamente e sapientemente il ministero della parola nella predicazione del Vangelo e nell’insegnamento della fede cattolica?”.

Quante volte, carissimi confratelli, in questi anni avete predicato? Quante volte avete spezzato la Parola nell’omelia, nel sacramento della riconciliazione, nella visita ai malati, nella catechesi? A volte, lo sappiamo bene, bussa alla porta del cuore del sacerdote la tentazione dello scoraggiamento. È lo scoraggiamento che si intravedeva nelle parole di Gesù quando constatava i cuori induriti. Ci si chiede tante volte: “Ma questa predicazione, questo annuncio, serve a qualcosa? O sto seminando nel vento?”.

Isaia (cfr. Is 55,10-11) oggi ci ricorda una certezza assoluta che è l’ancora del nostro ministero: la Parola ha una forza intrinseca, una forza efficace.

Papa Benedetto XVI diceva che ha una forza performativa perché ciò che dice, realizza[2].

L’efficacia della Parola non dipende dai nostri talenti oratori, ma dalla potenza dello Spirito.

Il sacerdote è solo il canale; la fecondità è di Dio. La pioggia scende e opera nel segreto, anche quando la terra sembra arida.

Questa efficacia della Parola ci conduce al Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr. Mt 13,1-23): mi piace la ripetizione del termine “uscì”. La prima volta, si legge, Gesù uscì di casa. E nella parabola, dice Gesù, il seminatore uscì a seminare (Mt 13,3-4; Mc 4,3; Lc 8,5). È da sottolineare questo verbo “uscire” perché il seminatore che semina è certamente Gesù; è Lui l’autore della semina.

Guardiamo bene questo seminatore che uscì a seminare generosamente (cfr. Mt 13; Mc 4; Lc 8), che rispecchia l’immagine scelta per identificare il Settore della Valle del Torto. Per il Settore Tirreno troviamo il pescatore, per il quale Gesù usa l’espressione “prendete il largo” (Lc 5,4 ), ossia uscite in alto mare; per le Alte Madonie invece il buon pastore che, dice Gesù, cerca e quindi si muove fuori dal recinto, cerca la pecorella smarrita (cfr. Mt 18,12; Lc 15,4).

Soffermiamoci quindi sul seminatore descritto da Gesù che appare quasi sprovveduto, per non dire un po’ sprecone. Getta infatti il seme ovunque: sulla strada, sui sassi, tra le spine, e solo alla fine sulla terra buona.

Ci si potrebbe chiedere: perché buttarlo sulla strada? Perché gettarlo sui sassi? È uno spreco: un agricoltore moderno calcolerebbe il terreno millimetro per millimetro per non sprecare il seme. Ma Dio non calcola. Dio eccede. Dio è generoso fino allo spreco.

E il sacerdote è chiamato ad avere lo stesso cuore del suo Maestro: un cuore che non seleziona le persone in base alla loro predisposizione a ricevere Dio.

In questi anni di ministero, voi avete seminato il Vangelo anche nei cuori induriti dai traumi della vita (la strada), nei cuori entusiasti ma superficiali (i sassi), nei cuori soffocati dalle preoccupazioni del mondo, dal denaro, dal lavoro e dalle diverse fatiche (le spine). E, grazie a Dio, avete visto il seme fiorire e fare il trenta, il sessanta, il cento per cento nella terra buona di tante anime silenziose.

Quante volte mi sono sentito dire dalla gente e, sono certo è accaduto anche a voi: “Padre, mi ricordo quella parola che ha detto”. E io ascolto sempre con stupore perché nemmeno ricordo quando e se l’ho detta, quella parola. È un ritorno, è il frutto della parola che abbiamo seminato. A volte ci sembra che la gente sia distratta, e invece no. La gente è molto attenta a quello che diciamo, ma soprattutto è ancora più attenta se quello che diciamo lo facciamo.

L’anniversario sacerdotale è il momento in cui ringraziare per tutte le volte che, nonostante la stanchezza, avete continuato a gettare il seme a piene mani, senza fare calcoli, amando tutti, specialmente i più lontani.

San Paolo, nella seconda lettura, ci fotografa una realtà profondamente drammatica, ma carica di speranza: «Tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,22-23). E aggiunge che anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente.

Vorrei soffermarmi su questo gemito: il sacerdote è un uomo immerso nei gemiti della storia.

Nella vostra vita sacerdotale avete raccolto i gemiti di genitori che hanno perso i figli, di sposi separati, di giovani senza speranza, di anziani soli.

Siamo raccoglitori dei gemiti del mondo. Con l’assoluzione dei peccati, con l’unzione degli infermi, con la frazione del pane voi dite all’uomo che soffre che «le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18).

E voi, cari sacerdoti, siete i custodi di questa speranza.

In questi giorni abbiamo commentato la prima lettera enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, e c’è un passo molto bello e significativo sul tema del limite.

 

Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite[3].

 

Noi incontriamo nei gemiti delle persone e della storia il limite umano. Scrive ancora il Papa:

 

È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio. Lo vediamo in tanti momenti in cui il limite si fa concreto nella nostra vita, quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento. Misteriosamente, proprio in questi frangenti possiamo trovare una saggezza nuova, toccare con mano l’affetto delle persone e sperimentare la presenza del Signore[4].

 

Chi ama soffre sempre e, carissimi sacerdoti, anche noi, se amiamo il nostro popolo, soffriamo sempre perché ascoltare in modo particolare questo gemito ci porta a soffrire con chi soffre, e questo è amare.

Ciò non significa non aspirare ad andare oltre, a superare le difficoltà, ma per noi questo “oltre” è la grazia di Dio.

Quante volte abbiamo visto l’azione della grazia in tante persone che ci hanno confessato il loro malessere, la loro disperazione in situazioni insormontabili. Spesso abbiamo registrato che la grazia ha agito; ha fatto il suo percorso. È questo il miracolo della grazia! È importante quindi questo aspetto del limite di cui ci parla l’enciclica.

Cari sacerdoti, il Salmo 64 ci ha fatto cantare: «Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze» (Sal 64 (65), 10). Attraverso le vostre mani, attraverso il vostro “sì” pronunciato anni fa, il Signore ha visitato quella porzione di terra in cui vi ha collocati e ha dissetato tante anime.

Le mani dei sacerdoti spesso sono delle sorgenti di acqua viva perché portano la grazia di Dio. Solo con questo sguardo si può capire il gesto che molti hanno fatto nel giorno in cui siete stati ordinati sacerdoti, quello di baciare le vostre mani: esse sono sorgenti di grazia perché comunicano il Signore.

Oggi il vescovo e la nostra Chiesa vi dicono grazie. Grazie per i vostri “sì” quotidiani, quelli nascosti, che nessuno vede. Grazie anche per le vostre lacrime nascoste, perché anche un sacerdote piange. Grazie per le volte in cui eravate stanchi, ma avete aperto lo stesso la porta della chiesa o del confessionale. Grazie perché, nonostante i limiti che tutti noi abbiamo, avete permesso a Cristo di usare la vostra voce e le vostre mani.

Rinnoviamo oggi, insieme, le promesse della nostra ordinazione.

Chiediamo alla Vergine Maria, Madre dei sacerdoti, di custodire il vostro e il nostro ministero, di renderlo ancora fecondo e di donarci la gioia del primo giorno, unita alla sapienza e alla maturità del tempo presente che ha attraversato tante prove.

Il Seminatore, carissimi, esce ancora a seminare. E noi, con Lui, continuiamo a gettare il seme, certi che la mietitura sarà splendida.

Ma il Signore ci dice: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi» (cfr. Mt 9,37-38; Lc 10,2). Ecco perché noi per primi dobbiamo pregare il padrone della messe perché mandi molti operai; perché molti altri partecipino della nostra gioia. E voi, certamente, oltre ai momenti di prova, avete sempre gustato la bontà del Signore e la bellezza del vostro sacerdozio e la grazia di Dio che opera.

Auguri di cuore a tutti voi, carissimi sacerdoti!

 


 

[1] 60º anniversario di sacerdozio: Mons. Sebastiano Scelsi;

45º anniversario di sacerdozio: Mons. Giuseppe Vacca, Fra Antonio Raimondo ofm cap;

30º anniversario di sacerdozio: Mons. Domenico Sideli, Don Calogero Falcone, Don Sergio Librizzi, Can. Salvatore Panzarella;

25º anniversario di sacerdozio: Don Nicola Crapa, Can. Giuseppe Licciardi;

20º anniversario di sacerdozio: Don Luca Albanese;

10º anniversario di sacerdozio: Don Jerin Vazhappilly.

[2] Cfr. Benedetto XVI, Lettera enciclica Spe salvi, 2.

[3] Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica humanitas, 118.

[4] Ivi, 119.

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