Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Apertura di una “Settimana con Elisa Giambelluca”
Isnello, Parrocchia San Nicolò di Bari
28 giugno 2026
(At 12,1-11; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19)
Carissimi fratelli e sorelle,
l’odierna celebrazione vigilare c’introduce con gioia nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Due colonne della Chiesa, due giganti della fede, ma anche due figure profondamente familiari alla nostra Venerabile Elisa Giambelluca, di cui oggi facciamo memoria nel quarantesimo anniversario della sua nascita al Cielo.
L'abbraccio tra il Cielo e la Terra.
In san Pietro, Elisa non vedeva semplicemente un personaggio del passato, ma venerava con timore filiale la persona stessa del Papa. Per lei, il legame inscindibile con il Vicario di Cristo era il fondamento roccioso del suo amore per la Chiesa universale.
Di questo amore esuberante e tenero, Elisa non cessava mai di ringraziare l’Istituzione Teresiana, Padre Poveda Castroverde e Maria Josefa Segovia, che avevano trasfuso nel suo cuore questo carisma così ecclesiale.
Nelle pagine del suo diario, il 24 dicembre, vigilia di Natale del 1972, scriveva:
«Guardando Papa Paolo non vedo la Sua persona ma Pietro [...] Madre mia, aiutami a comunicare amore al Papa in qualunque ambiente mi muova»[1].
E l’anno successivo, toccata dalla solitudine del Pontefice, rinnovava questo proposito: «Portare ovunque amore al Papa, svegliarlo negli animi [...] I problemi della Chiesa devono essere i miei problemi»[2].
Un amore, il suo, che non si fermava alla Chiesa universale, ma si incarnava nella fedeltà alla Chiesa locale: verso il proprio Vescovo, i sacerdoti, i laici e le sue amate sorelle Teresiane.
Lasciamoci allora guidare oggi dalla Parola di Dio.
Lasciamoci interpellare dalla vocazione dei Santi Pietro e di Paolo per specchiarvi le tappe del cammino di Elisa e riscoprire, infine, il senso profondo della nostra chiamata.
Ciascuno di noi, in forza del Battesimo, può fare sue le parole vibranti che l’Apostolo Paolo rivolge ai Galati: «Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti» (Gal 1,15-16).
Anche in Elisa noi contempliamo questo misterioso disegno d’amore: una chiamata alla santità che è cresciuta nel silenzio; è maturata nel tempo e si è fatta carne nella Chiesa attraverso il carisma teresiano.
Una vocazione vera, oggi consegnata alle mani della Chiesa per il discernimento sulla sua eroicità.
Nel Vangelo di oggi, Gesù interroga Pietro per tre volte: “Simone di Giovanni, mi ami tu?” (Gv 21,15-17). E in Pietro, il Maestro interroga ciascuno di noi.
Questo interrogativo batte nel cuore come un martello.
Il profeta Geremia ci ricorda che la Parola di Dio è proprio come «un martello che spacca la roccia» (Ger 23,29).
Questa immagine mi richiama un ricordo della mia infanzia.
Nel mio quartiere esisteva uno spaccapietre che da una grossa roccia di pietra lavica, colpo dopo colpo, con la mazzetta, la subbia e lo scalpello riusciva a ricavare dei blocchi quadrati o rettangolari utili nell’edilizia.
Ad ogni colpo schizzava una scintilla di luce.
Così batteva quella domanda nel cuore di Pietro; di Elisa.
Una scintilla ridesta la memoria: ci riporta alle tante volte in cui Pietro, in cui Elisa, in cui noi stessi abbiamo sentito risuonare quel: «Mi ami tu?».
Il primo colpo: La chiamata iniziale.
Al primo colpo di martello, la mente di Pietro sarà tornata certamente a quel giorno sul mare di Galilea, quando tra le reti e le barche udì per la prima volta la voce del Maestro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». E subito lasciò tutto e lo seguì. C’è stata una prima volta per tutti.
Anche Elisa sentì quel primo colpo tra i banchi dell’Università di Palermo mentre studiava Matematica e Fisica ed era ospite della Casa Universitaria Teresiana. Ma vi è un luogo, anche a noi caro, legato a un ricordo speciale: Gibilmanna.
Nel suo diario Elisa parla di un “filo mariano” che ha tessuto la sua esistenza.
Fu proprio durante una visita a quel Santuario, mentre pregava con le altre studentesse, che la preghiera si trasformò in offerta totale: «Ti do tutto il mio cuore»[3]. Un’invocazione che non dimenticherà mai più.
In gran segreto confidò alla sorella Maria Teresa il proposito di consacrarsi a Dio, ma questa dopo qualche giorno lo rivelò in casa causando non poco scompiglio in famiglia; ma Elisa seppe spiegare la sua chiamata con quella dolcezza e affetto capaci di vincere ogni resistenza[4].
Il secondo colpo: La maturità del "Sì" e la consacrazione nel mondo.
Vi è poi una seconda tappa; un secondo colpo di martello.
A Cesarea di Filippo, Gesù chiede ai suoi: “Voi chi dite che io sia?” (Mt 16,15). Altra scintilla. Pietro risponde con audacia: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).
Lì riceve il nome di “Pietra” e la promessa del primato, ma riceve anche il severo rimprovero del Maestro non appena tenta di allontanarlo dalla logica della croce e dalla volontà del Padre.
Per Elisa, il secondo colpo si condensa nel giorno della sua promessa di consacrazione, il 4 novembre 1967, quando riceve il Crocifisso.
Da quel momento, la sua laurea in matematica e fisica non è più solo un titolo, ma diventa l’altare della sua missione[5]. Docente e poi preside in Calabria, in Piemonte, in Sabina e a Roma, Elisa vive la professione come autentico prolungamento della sua consacrazione.
Non c’era in lei separazione o dicotomia tra la vita interiore e il registro di classe: vocazione e missione camminavano tenendosi per mano.
Nei corridoi delle scuole, stimata da colleghi e studenti per la sua straordinaria pacatezza, per la sua competenza e la sua profonda umanità, Elisa evangelizzava la cultura e la quotidianità.
E a Vescovio, sotto il manto della Madonna della Lode, chiedeva incessantemente alla Vergine di insegnarle il segreto della lode e del Magnificat.
Il terzo colpo: l’offerta suprema e il compimento.
Infine, il Vangelo ci presenta la terza domanda: «Mi ami tu?» (Gv 21,15). Pietro è rattristato, quasi imbarazzato, ma intuisce che dietro quell’insistenza si cela l'atto finale della sua chiamata: “Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18). Parole che indicavano la sua morte violenta, il martirio nell'Urbe sotto Nerone, dove Pietro - vuole la tradizione - appeso ad una croce a testa in giù, sigillerà col sangue il suo amore per Cristo.
Anche la terza tappa di Elisa si conclude a Roma, ma sull’altare della malattia.
Colpita da un grave tumore, Elisa non si è piegata al lamento.
Ha abbracciato la sofferenza fisica con una serenità e una forza interiore che lasciavano sbalorditi quanti la accostavano. Ha offerto il consumarsi della sua giovinezza per i sacerdoti in difficoltà e per le vocazioni.
Muore a Roma il 5 luglio 1986, a soli 45 anni, trasformando la cattedra della scuola nella cattedra della croce[6].
Conclusione: il “Seguimi” che unisce Tiberiade a Isnello.
Fratelli e sorelle,
il Vangelo di questa solennità si chiude con un comando perentorio e al tempo stesso dolcissimo: “Seguimi”. È l’invito a camminare dietro a Gesù, un passo alla volta. È lo stesso “Seguimi” che unisce idealmente il mare di Tiberiade al paese di Isnello, le sponde della Galilea alle strade della nostra terra.
La Venerabile Elisa Giambelluca ha raccolto questo testimone. Ha portato la santità dove nessuno pensava potesse stare: nei corridoi affollati delle scuole statali, nella normalità della vita laicale, nel silenzio della routine quotidiana.
Ci ha dimostrato con la sua esistenza che per rispondere a Gesù non servono eroismi da copertina, ma una fede feriale, solida, impastata di gioia e di dovere compiuto per amore.
Oggi la sua vita si fa provocazione per noi.
Quella domanda: “Mi ami tu?” risuona tra le mura di questa chiesa dove è sepolta, ma vuole abitare i luoghi della nostra vita: dietro una cattedra, su un banco di scuola, in un ufficio, tra le mura domestiche.
Chiediamo al Signore, per intercessione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e della Venerabile Elisa, il coraggio di lasciarci scolpire il cuore dal martello della Parola, per poter rispondere ogni giorno, con umile fermezza: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo” (Gv 21,17). Amen.
[1] Positio, Summarium documentorum, doc. 1.
[2] Ibidem.
[3] Positio, Diario, Summarium Documentorum, doc.1
[4] Positio, Teste 1, Summarium testium, § 12. Cfr. Id, Bibliographia documentata, doc. 10, Lettera alla madre del 16.04.1965
[5] Cfr. Positio, Bibliographia documentata, p.450-451
[6] Cfr: Positio, Bibliographia documentata, pp. 522-528


