Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Riapertura al culto della Chiesa di San Leonardo alla Badiola
e nel XXV anniversario di ordinazione sacerdotale del Can. Giuseppe Licciardi, Vicario Generale
Cefalù, Chiesa di San Leonardo alla Badiola
14 luglio 2026
Cari fratelli e sorelle,
con sentimenti d’affetto e di gioia desidero salutare tutti con affetto e, in particolare, gli Eccellentissimi Vescovi Mons. Pietro Fragnelli, Mons. Alessandro Damiano e Mons. Andrea Carlevale, vescovo di recente consacrazione, amici del nostro carissimo Son Giuseppe Licciardi fin dagli anni del Seminario Romano.
Saluto il Sindaco di Cefalù, il Prof. Daniele Salvatore Tumminello, i dipendenti e i collaboratori della Curia, una rappresentanza della sua ex parrocchia dello Spirito Santo e delle Case di accoglienza “Regina Elena” e “Carlo Acutis”, e dell’IPAB “Genchi-Collotti”.
Saluto infine tutti coloro che hanno collaborato per la riapertura di questa chiesa e delego per i ringraziamenti alla fine della celebrazione il carissimo Arch. Massimo Trobia, Responsabile dell’Ufficio Tecnico ed Edilizia di Culto della nostra Diocesi.
C’è un’emozione densa e bellissima che si respira oggi tra queste mura.
Questa chiesa, rimasta a lungo silenziosa, avvolta dai ponteggi e dal rumore dei lavori di restauro, grazie ai fondi dell’8xmille, oggi finalmente torna a respirare.
Riapre così le sue porte; si riempie di volti, di canti e di preghiere.
Gli storici locali ci dicono che questa chiesa, dedicata a San Giorgio Martire, fu fatta costruire nel 1129 a Cefalù, da re Ruggero II. Secoli dopo, quando la chiesa stava andando in rovina, fu restaurata dai Marinari di Cefalù che la dedicarono a San Leonardo, protettore dei prigionieri.
Nel 1648 il vescovo di Cefalù, Marco Antonio Gussio (1644-1650), aggregò alla Chiesa il Collegio della Sacra Famiglia, fondato nel 1635 dal suo predecessore Ottavio Branciforte (1633-1638), cambiandone il nome in “Casa delle Orfanelle riparate”.
Compito della Casa era quello di dare rifugio alle ragazze orfane o abbandonate e avviarle all’educazione religiosa e all’apprendimento di un mestiere ed infine provvedere alla dote di matrimonio. Nacque così il complesso della Badiola. Guidate da un’Abadessa e da una Maestra, le orfane seguivano la regola del terz’ordine francescano.
Suor Maria di Brocato, fu la prima Superiora della Badiola.
Come racconta il suo confessore in una biografia redatta dopo la sua morte. Era devotissima del Santissimo Sacramento. Già in vita si ricordano i miracoli della provvidenza ottenuti dalla sua preghiera. In tempo di fame Suor Maria, ordina che si guardi nel forno che fu trovato colmo di pane caldo e fragrante. Un altro giorno, essendo rimasto pochissimo olio, Suor Maria col suo miracoloso intervento, lo “moltiplica”. Trovava spesso del denaro dentro ad un’immaginetta, arrotolata, dell’Ecce Homo. Morì il 13 novembre 1669, a 59 anni.
Venne seppellita ai piedi dell’altare maggiore di questa chiesa dove ancora riposa.
Ma la coincidenza che la Provvidenza ci regala oggi è che questa “rinascita” del luogo di culto si intreccia strettamente con un’altra storia di cura, di restauro interiore e di offerta: il XXV anniversario di ordinazione sacerdotale del nostro Don Giuseppe Licciardi, da me nominato Rettore di questa chiesa.
In venticinque anni di ministero, un sacerdote fa esattamente questo: si prende cura del tempio vivo che è il popolo di Dio, ne restaura le ferite con i Sacramenti e riapre le porte del cuore delle persone alla grazia.
Le letture di oggi sembrano scritte appositamente per questo doppio momento di festa. Ho scelto le stesse del giorno di ordinazione di Don Giuseppe e di Don Nicola Crapa; 25 anni fa. Esse ruotano tutte intorno a una parola chiave: l’accoglienza.
San Paolo nella seconda lettura ci offre il ritratto più bello del sacerdote: colui che è diventato “ministro secondo il disegno di Dio” per annunciare il mistero nascosto da secoli. Arriva persino a dire che l’apostolo con la sua fatica e nelle prove dà compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella propria carne, a favore del Suo corpo, la Chiesa. Significa che sa spendersi senza riserve.
Venticinque anni di fedeltà non sono un traguardo umano, sono il miracolo della fedeltà di Dio che si appoggia sulla fragilità di un uomo.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato il bellissimo racconto di Abramo alle querce di Mamre. È una giornata torrida, Abramo è seduto all'ingresso della sua tenda. Vede tre viandanti e non si limita a guardarli passare: corre loro incontro, si prostra, offre acqua per lavare i piedi, prepara un banchetto. Abramo non sa ancora che in quei tre viandanti si cela il Signore stesso. Pensando di ospitare l'uomo, in realtà ospita Dio. E l'effetto di questa accoglienza è una promessa che cambia la vita: “Tornerò da te e tua moglie Sara avrà un figlio”. L'accoglienza genera vita là dove c'era sterilità.
Questa chiesa che oggi riapre è come la tenda di Abramo. Non è un museo di belle arti restaurate, ma un luogo di sosta per i viandanti della vita. Chiunque varcherà questa porta – chi è stanco, chi cerca pace, chi è ferito – deve trovare qui lo stesso spirito di Abramo: frescura, ristoro e un cuore aperto. E tu, caro don Giuseppe, sii pronto a correre incontro a chiunque cerca il Signore, e ricordati che ogni volta che accogli l'altro, Dio entra nella tua vita e la rende feconda.
Il Vangelo ci porta dentro un'altra casa, quella di Betania, dove Gesù è l'ospite d’onore. Qui troviamo due modi diversi di accogliere: Marta, tutta presa dai servizi, e Maria, seduta ai piedi di Gesù ad ascoltare la sua parola. Conosciamo bene il rimprovero affettuoso di Gesù: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno”.
Questo brano è un promemoria straordinario per la nostra comunità e per te, caro Don Giuseppe. Presi da tante cose da fare.
Oggi Gesù ci dice che il nostro ministero ha senso solo se serve a creare uno spazio per l'ascolto (la scelta di Maria). Questa chiesa restaurata è affidata ora alla tua cura ma per darti un luogo in cui metterti, come Maria, ai piedi di Gesù. Per un sacerdote, arrivare a venticinque anni di ministero significa aver corso tanto, aver risolto mille problemi pastorali e materiali. Ma il segreto per non esaurirsi, per rimanere fedeli e felici, è quel “rimanere ai piedi del Maestro”. Il ministero non è una performance, è una relazione d'amore.
C’è un terzo altare, invisibile agli occhi ma splendente davanti a Dio, che oggi celebriamo insieme a queste mura restaurate. L’accoglienza che Abramo offre nella tenda e che Maria coltiva a Betania non è un'idea astratta: qui ha il volto concreto e quotidiano della nostra Fondazione Regina Elena che ho l’onore di presiedere e la gioia di averne affidata a te la direzione caro don Giuseppe.
Mentre i restauratori ripulivano e ridavano luce a questa chiesa, la Fondazione – mossa dallo stesso amore viscerale di Cristo – continuava la sua opera più preziosa: il restauro interiore delle “pietre vive” più fragili, i minori in difficoltà.
Accogliere un minore ferito, solo o nel bisogno, significa esattamente fare come Abramo alle querce di Mamre: correre incontro a chi è stanco, lavargli i piedi, offrirgli un rifugio sicuro e dirgli: “Tu qui sei a casa”.
La Fondazione è la nostra "Casa dell'Incontro" permanente, un luogo dove le ferite della vita non vengono nascoste, ma curate con l'olio della consolazione e il profumo del servizio quotidiano.
Se questa chiesa riapre oggi le sue porte, è per ricordarci che il culto a Dio e il servizio ai più piccoli sono due facce della stessa medaglia. Adorando Gesù sull'altare riusciamo a riconoscerlo, accoglierlo e servirlo nei bambini e nei ragazzi che bussano alla nostra porta.
Caro Don Giuseppe, in questi venticinque anni di sacerdozio hai saputo tenere unite queste due dimensioni, guidando le comunità che in questi anni hai servito ad essere non tanto guardiane di templi di pietra, ma madri premurose per i figli più fragili.
Infine, Come dice il Salmo che abbiamo cantato: “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità di cuore”.
Cari fratelli e sorelle, guardiamo questa chiesa splendente. Che essa sia lo specchio della nostra comunità e dell'opera della nostra Fondazione: una Chiesa rinnovata nello spirito, solida nella fede, con le porte spalancate e le mani pronte a servire.
E a te, caro Don Giuseppe, va il nostro grazie più grande. Grazie per ogni volta che hai spezzato il Pane in questi venticinque anni, per ogni peccato perdonato nel segreto del confessionale, per ogni lacrima che hai asciugato nei canali dell'accoglienza e per ogni sorriso che hai condiviso. Che il Signore continui a restaurare ogni giorno il tuo entusiasmo sacerdotale, e che questa chiesa che oggi riapriamo al culto, insieme alla bellissima realtà della Fondazione, sia per te e per tutti noi la vera casa dell'incontro, del profumo del servizio, della gioia e della pace. Auguri!


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