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Discorsi e Interventi del Vescovo (20.06.2026)

20/06/2026 18:00:00

Segreteria Vescovile

Discorsi e Interventi del Vescovo (20.06.2026)

Discorso in occasione della Tavola Rotonda "Un patto per le Isole": Quale strategia dell'Unione Europa per il Mediterraneo?

Discorso del Vescovo di Cefalù

S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante

 

Discorso in occasione della Tavola Rotonda

"Un patto per le Isole": Quale strategia dell'Unione Europa per il Mediterraneo?

 

Cefalù, Hotel Costa Verde

20 giugno 2026

 

 

 

Carissimi fratelli e sorelle, autorità civili e militari, stimati relatori e partecipanti tutti,

vi rivolgo il mio più caloroso benvenuto per essere qui oggi e il mio sincero ringraziamento a S. Em.za il Card. Francois Bustillo, Arcivescovo-vescovo di Ajaccio e a S.E. Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, per il loro prezioso contributo a distanza.

La vostra presenza a questo convegno dimostra che non siamo disposti ad arrenderci all’idea che le aree interne della nostra isola siano territori condannati a un lento e inesorabile declino.

Come Pastore di questa Diocesi, sento ogni giorno nella carne il dolore profondo della nostra gente. È il dolore di chi è costretto a lasciare la propria terra perché non trova prospettive per il domani. Dopo aver investito per anni sui nostri giovani, dopo averli cresciuti e sostenuti negli studi superiori anche fuori sede, ci troviamo troppo spesso ad accompagnarli alla partenza con la valigia e il tablet in mano. Queste energie vitali, queste intelligenze che abbiamo generato e coltivato, lasciando le nostre comunità drammaticamente le impoveriscono.

Tutto questo non è solo un dato demografico da analizzare freddamente. È un processo distruttivo che rischia di produrre uno squilibrio insanabile nel nostro intero Paese.

Lo spopolamento delle nostre aree interne equivale a una vera e propria "necrosi territoriale". Quando un paese si svuota, non perde solo residenti: perde la capacità di custodire il territorio, perde la tutela del patrimonio ambientale e culturale, smarrisce la propria identità. Un danno immenso che ricade su tutta la nazione, anche in termini di fragilità e rischio idrogeologico.

La libertà di scegliere dove costruire la propria vita è un diritto universale. Ma non possiamo più chiamarlo "diritto" quando si è costretti a fuggire a malincuore per mancanza di lavoro, di istruzione, di servizi essenziali.

Se non interveniamo subito, il rischio reale è che i nostri giovani continuino a scappare, non per trovare una vita migliore, ma per finire spesso inghiottiti nell’anonimato delle periferie urbane.

Per questo oggi sento il dovere di gridare l’urgenza di un cambiamento radicale. Non possiamo accettare la rassegnazione. Non possiamo accettare la logica di chi, persino in alcuni documenti strategici nazionali, propone quasi un "accompagnamento al declino", che io non esito a definire una sorta di "suicidio assistito" dei nostri territori. Noi non ci stiamo.

Proprio in questi giorni, le istituzioni internazionali ci hanno ricordato che le nostre ferite non sono invisibili.

E i dati statistici più recenti del 2026 ci mettono davanti a specchi diversi nel Mediterraneo, che dobbiamo saper leggere con estrema lucidità. Guardiamo prima di tutto alla nostra Sicilia: viviamo intrappolati in una mobilità interna drammatica, registrando il tasso di brain drain – la cosiddetta fuga dei cervelli – più alto in assoluto tra tutte le isole europee. Perdiamo ogni anno oltre 16.500 persone per i soli trasferimenti verso le altre regioni italiane. Una fuga di massa guidata da neodiplomati e neolaureati che tocca, nessuna esclusa, tutte e nove le nostre province. Se guardiamo ai nostri fratelli della Sardegna, la situazione non è migliore: vivono una costante emorragia demografica. La popolazione sarda è scesa a 1.561.339 residenti, perdendo ben 8.000 abitanti in un solo anno, mentre i sardi all’estero iscritti all’AIRE sono ormai saliti a oltre 133.000.

Gli under 30 fuggono da Nuoro, da Oristano e dal Sud dell’isola, lasciando territori desertificati.

Anche la Corsica, “come la Sicilia e la Sardegna, conosce la profonda tensione tra litorali attrattivi, talvolta saturi nel periodo estivo, e territori interni che da tempo si spopolano. Sentiremo a seguire il messaggio del Card. Bustillo.

Questi dati gridano una verità lampante: lo spopolamento non è un destino biologico inevitabile, ma la diretta conseguenza di divari economici e di servizi. Abitare un’isola non può significare l’esilio dei nostri figli

La nuova strategia europea per le isole ha certificato una realtà che noi denunciamo da tempo: il costo economico e sociale dell’insularità e dello spopolamento isolano le nostre comunità e colpiscono al cuore i nostri diritti fondamentali. Questa svolta dell’Europa non deve restare sulla carta; deve diventare lo strumento normativo e finanziario per abbattere i costi dei trasporti, garantire la sanità e creare lavoro stabile per trattenere qui competenze e talenti.

Abitare un’isola non può e non deve significare l’esilio dei nostri figli.

Come Chiesa locale, presente in modo capillare anche nel centro più piccolo e isolato, sentiamo forte la responsabilità di abitare questa fragilità. Stiamo ripensando la nostra azione pastorale attraverso una rete tra parrocchie e zone pastorali, e lavoriamo pancia a terra con la Pastorale Sociale e del Lavoro, la Caritas e la Pastorale Giovanile.

Vogliamo dare forza e concretezza a quella parola che deve diventare la nostra bandiera: la “restanza”. Restare deve smettere di essere un atto di rassegnazione eroica; deve diventare un’opportunità reale, attrattiva e percorribile. Ma la Chiesa non può e non deve essere sola.

La vera sfida è politica e istituzionale. Rivolgo un appello accorato alle forze politiche e agli amministratori locali, a partire dai nostri sindaci, che sono i primi progettisti del futuro di queste comunità. Sfruttiamo le opportunità di coesione che arrivano dall’Europa e basta con gli interventi frammentari, basta con le norme inapplicate o con le logiche di competizione tra i territori. Serve cooperazione. Servono politiche integrate e coraggiose: trasporti efficienti, sanità territoriale, telemedicina, banda larga, incentivi al lavoro agile, sostegno all’agricoltura innovativa e alla nuova imprenditorialità giovanile, al turismo sostenibile. 

Il futuro del Paese si gioca proprio qui, in questi luoghi marginali solo in apparenza. È qui che la vita può rigenerarsi con relazioni più autentiche e a misura d’uomo. Prima ancora di un ripopolamento demografico, abbiamo bisogno di un ripopolamento delle idee, della fiducia e della partecipazione. 

Che questo convegno non sia solo un momento di analisi, ma una scintilla di speranza concreta, un patto di alleanza per ridare dignità e futuro alle nostre amate aree interne. 

Grazie.

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