Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Venerdì Santo
Passione del Signore
Cefalù, Basilica Cattedrale
3 aprile 2026
«Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto». E, chinato il capo, consegnò lo spirito». (Gv 19,30)
Fratelli e sorelle, questa parola — «è compiuto» — nel testo greco è tetélestai: un verbo al perfetto, che indica un’azione portata a pienezza, giunta al suo fine. Non significa semplicemente “è finita”, come se tutto si chiudesse lì; significa piuttosto: “ho raggiunto lo scopo”, “sono arrivato al compimento della missione”. È la parola di chi non soccombe, ma di chi porta a termine, fino in fondo, ciò per cui è venuto.
Può sembrare paradossale che questa parola venga pronunciata sulla croce, nel momento della sofferenza estrema. Eppure essa custodisce una gioia profonda: la gioia di aver compiuto il disegno del Padre, di aver vissuto fino in fondo la propria missione.
E per comprendere questo compimento dobbiamo ascoltare ciò che segue: «e, chinato il capo, consegnò lo spirito». Quel “consegnare” è un “donare”: Gesù non subisce la morte, ma offre la vita. E quello “spirito” è insieme il soffio vitale e lo Spirito Santo: è la vita stessa di Dio che viene donata.
Gesù realizza così ciò che aveva dichiarato davanti a Pilato: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37). E sulla croce Egli giunge al bersaglio: la verità che testimonia non è un’idea, ma è l’amore di Dio che si dona senza riserve.
L’evangelista Giovanni ci dice che tutto questo avviene perché si compia la Scrittura: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». Nel Crocifisso si rivela pienamente il volto di Dio. Non c’è più nulla da svelare: Dio è amore che si dona fino alla fine.
I Vangeli sinottici raccontano che, in quell’istante, il velo del tempio si squarcia. È un segno potente: non c’è più distanza tra Dio e l’uomo, non c’è più nulla di nascosto. Guardando Cristo crocifisso comprendiamo chi è Dio — e comprendiamo anche chi siamo noi.
Davanti alla croce emerge allora una domanda decisiva: qual è lo scopo della nostra vita? Qual è il nostro fine?
La parola “peccato”, nella sua radice biblica (il greco hamartía e l’ebraico ḥaṭṭā’t), significa proprio questo: “mancare il bersaglio”. È vivere senza centrare la meta, disperdere la propria esistenza. Gesù, invece, può dire: «È compiuto» — ho colpito il centro, ho raggiunto il fine.
E qual è questo fine? Non dobbiamo inventarlo. Non siamo noi a stabilire il senso ultimo della nostra vita come se fosse arbitrario. Il fine ci precede, è inscritto nella nostra stessa verità: noi siamo fatti per amare.
Possiamo illuderci di scegliere altri scopi, possiamo inseguire mille direzioni, ma alla fine il cuore dell’uomo resta questo: amare ed essere amato. Come diceva un antico maestro: “Verso ciò che amo, là mi portano i miei piedi”. Andiamo sempre verso ciò che davvero desideriamo.
E allora la vera questione della vita è una sola: ho amato? Sto amando?
Cristo sulla croce ci mostra che cosa significa amare fino in fondo: un amore libero, concreto, fedele, capace di dono totale. Un amore che può essere rifiutato — perché senza libertà non c’è amore — ma che resta sempre offerto.
Questa è anche la nostra vocazione: non una vita lunga o breve, ma una vita vera. Non conta la quantità dei giorni, ma la verità dell’amore con cui sono vissuti. Il compimento della nostra esistenza è arrivare al traguardo potendo dire: ho amato.
Gesù non ha sprecato la sua vita: è andato dritto al centro. E dalla croce ci consegna il suo Spirito, perché anche noi possiamo essere riorientati, redenti, riportati al vero scopo della nostra esistenza.
Fratelli e sorelle, questa è la buona notizia: siamo nati per amare. Siamo nati per donare vita, per generare felicità, per vivere in relazione — fino alla relazione piena con Dio.
E allora chiediamo la grazia di poter dire anche noi, un giorno, con verità:
ho amato, sto amando, voglio amare fino alla fine.
Questo è il compimento.
Questo è ciò che Cristo proclama dalla croce: «È compiuto».


