Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Sessione di chiusura dell'inchiesta diocesana del processo di beatificazione
del Servo di Dio Mario Giuseppe Restivo
Castelbuono, Parrocchia Maria Santissima Assunta
01 agosto 2026
Carissimi fratelli e sorelle,
il Vangelo della moltiplicazione dei pani secondo Matteo rivela la logica profonda del Regno di Dio.
Non si tratta di un evento prodigioso e astratto, ma di un miracolo della condivisione.
Ricevuta la triste notizia della morte di Giovanni Battista, Gesù si ritira in barca in un luogo appartato. Le folle lo seguono e accorrono a lui.
Matteo ci dice che «Gesù ne ebbe compassione» (Mt 14,14): è l’amore viscerale di Dio. Un amore che non rimane indifferente alla sofferenza umana, ma ne è mosso e agisce per alleviarla.
L’evento si svolge in un luogo deserto. Questo dettaglio allude all’Esodo, quando Israele fu nutrito da Dio con la manna nel deserto.
Al calar della sera, i discepoli suggeriscono a Gesù di congedare la folla affinché ognuno possa procurarsi il cibo per sé. Ma Gesù risponde: “Non c’è bisogno che se ne vadano. Date voi loro da mangiare” (Mt 14,16). Queste parole sono il cuore della storia.
Nel regno di Dio che inizia sulla terra, il bisogno di alcuni diventa responsabilità di tutti.
La fame dei nostri fratelli e sorelle cessa di essere una questione privata e diventa un compito di tutti. Il poco che si possiede (cinque pani e due pesci), se tenuto per sé appare insufficiente, ma messo a disposizione della comunità genera abbondanza.
Il segno, il miracolo, inizia quando quel poco non viene più accumulato, ma messo al servizio di tutti.
Nel regno di Dio che inizia sulla terra, il bisogno di alcuni diventa responsabilità di tutti. La fame dei nostri fratelli e sorelle cessa di essere una questione privata e diventa un compito di tutti.
Papa Francesco così commentava i gesti di Gesù:
Come si vede, sono gli stessi segni che Gesù ha compiuto nell’Ultima Cena; e sono anche gli stessi che ogni sacerdote compie quando celebra la Santa Eucaristia. La comunità cristiana nasce e rinasce continuamente da questa comunione eucaristica. Vivere la comunione con Cristo è perciò tutt’altro che rimanere passivi ed estraniarsi dalla vita quotidiana, al contrario, sempre più ci inserisce nella relazione con gli uomini e le donne del nostro tempo, per offrire loro il segno concreto della misericordia e dell’attenzione di Cristo. Mentre ci nutre di Cristo, l’Eucaristia che celebriamo trasforma a poco a poco anche noi in corpo di Cristo e cibo spirituale per i fratelli. Gesù vuole raggiungere tutti, per portare a tutti l’amore di Dio. Per questo rende ogni credente servitore della misericordia. Gesù ha visto la folla, ha sentito compassione per essa ed ha moltiplica i pani; così fa lo stesso con l’Eucaristia. E noi credenti che riceviamo questo pane eucaristico siamo spinti da Gesù a portare questo servizio agli altri, con la stessa sua compassione. Questo è il percorso[1].
Il testo richiama la profonda continuità tra la vita sacramentale e l’impegno verso il prossimo.
L’Eucaristia infatti non è una devozione privata, ma è il dono di Cristo per la vita del mondo. Chi riceve la Comunione entra in comunione con colui che si dona per gli altri. Per questo l’altare non può essere separato dal nostro prossimo.
San Giovanni Crisostomo[2] ci ha messo in guardia dall’errore di onorare l’altare e ignorare i poveri.
Sant’Ambrogio[3] ci ha ricordato che i beni del creato sono destinati a tutti.
La Chiesa primitiva, dal I secolo in poi, ha vissuto questa verità in modo naturale. Ha preservato l’Eucaristia nella frazione del pane e ne ha condiviso i beni affinché nessuno fosse nel bisogno. Non si trattava di ideologia, né di politica; era il frutto dell’incontro con Cristo risorto. la comunione sacramentale si prolunga naturalmente nella solidarietà.
Dall’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII alla Magnifica Humanitas di Leone XIV, il Magistero sociale della Chiesa insiste sul fatto che la questione sociale è fondamentalmente morale e spirituale.
In gioco c’è la verità della persona umana; la sua vocazione alla comunione.
La vita sociale trova la sua verità nella carità vissuta.
Dai Padri della Chiesa al Magistero contemporaneo, una convinzione è rimasta costante: i beni della terra hanno una destinazione universale.
La carità cristiana e l’impegno per la giustizia nascono dall’incontro con Cristo, superando sia l’individualismo sfrenato sia il collettivismo spersonalizzante.
Nel Vangelo, la povertà evangelica non consiste semplicemente nell’avere poco, ma nel vivere la comunione dei beni, riconoscendo che Dio è la nostra vera e unica ricchezza suprema.
I santi sono innumerevoli esempi di questa libertà. San Francesco d’Assisi trovò immensa gioia nel rinunciare a ogni privilegio per vivere come un fratello tra i poveri.
E il nostro Mario Giuseppe Restivo volle seguire Gesù nella vita evangelica e scelse come modello di vero discepolo proprio San Francesco d’Assisi.
Leggiamo la sua vita lasciandoci ispirare dal Libro della Sapienza (Sap 4, 7-9. 13-14):
Il giusto, anche se muore prematuramente,
si troverà in un luogo di riposo.
Vecchiaia veneranda non è quella longeva,
né si misura con il numero degli anni;
ma canizie per gli uomini è la saggezza,
età senile è una vita senza macchia…
Giunto in breve alla perfezione,
ha conseguito la pienezza di tutta una vita.
La sua anima era gradita al Signore,
perciò si affrettò a uscire dalla malvagità.
La breve esistenza di Mario Giuseppe Restivo e la sua produzione poetica offrono un punto d’osservazione privilegiato per cogliere il legame profondo tra poesia e santità, due dimensioni che, pur esprimendosi con linguaggi diversi, attingono alla medesima sorgente: lo stupore per la grazia e il desiderio di infinito.
Nella vita dei santi giovanili, e in particolare in quella di Mario Giuseppe, la poesia non si presenta mai come mero esercizio stilistico o disimpegnato compiacimento estetico. Diventa, piuttosto, una forma di preghiera incarnata, un diario dell’anima che cerca di dare forma verbale all’incontro con il Mistero.
1. Lo sguardo contemplativo: la poesia come ascolto.
Sia il poeta che il santo condividono una virtù fondamentale: la capacità di vedere oltre la superficie. Dove l’occhio comune vede routine o scarsità - proprio come i discepoli davanti ai pochi pani e pesci -, lo sguardo poetico e spirituale scorge la presenza divina e la bellezza nascosta.
Nelle liriche di Mario Giuseppe Restivo si percepisce la freschezza di un’anima che contempla il creato e le relazioni umane con rispetto e meraviglia. La parola poetica diventa così l’eco di quel "rimanere in ascolto" che precede ogni scelta d’amore autentica. La santità inizia esattamente qui: nel non dare nulla per scontato e nel riconoscere che ogni frammento di vita è intriso di un significato eterno.
2. La brevità dell’esistenza e la pienezza del verso
C’è una sorprendente analogia tra la struttura di una poesia e una vita spezzata in giovane età. Una poesia non ha bisogno di centinaia di pagine per essere compiuta; la sua forza risiede nell’intensità, nella densità di ogni singola parola.
Così è stata l’esistenza di Mario Giuseppe: una vita breve ma compiuta, dove la durata cronologica perde di rilevanza di fronte alla densità dell’amore vissuto. La santità giovanile ci insegna che la pienezza dell’esistenza non si misura in quantità di anni, ma nella capacità di farsi "pane spezzato". La poesia di una vita breve risiede proprio nella sua capacità di custodire l’essenziale, lasciando cadere il superfluo.
3. La parola che si fa carne: dall’estetica all’Eucaristia.
Se la poesia rischia talvolta di rimanere confinata nell’astrazione della pagina scritta, la santità rappresenta il compimento supremo del fare poetico (poiesis, nel senso originario di “creazione”, “azione”).
Nel cammino spirituale di Mario Giuseppe, la parola poetica non resta sospesa a mezz’aria, ma spinge verso la concretezza della carità e della vita sacramentale.
La vera sintesi tra poesia e santità si attua nell’Eucaristia:
- La poesia cerca le parole per dire l’Ineffabile.
- La santità accoglie il Verbo fatto carne e si lascia trasformare da Lui.
Il verso poetico diventa allora la soglia attraverso cui il giovane esprime la fame di Dio e la compassione per i fratelli. La bellezza delle parole trasfigura nella bellezza dei gesti, mostrando che la vera forma d’arte del cristiano è una vita donata.
Mario Giuseppe Restivo ci lascia in eredità la certezza che la santità è la forma più alta di poesia: quella scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito Santo nella carne della propria quotidianità. La sua eredità spirituale e poetica ci ricorda che ciascuno di noi è chiamato a diventare un “verso libero” nelle mani del Creatore, capace di cantare la bellezza del Regno pur nella fragilità di un’esistenza terrena.
Noi presentiamo al discernimento della madre Chiesa un santo poeta o se volete un poeta santo.
Concludo con un suo brano “Rinasco dal sol”, tratto da “La stagione dell’incontro”:
Dalla tristezza dell’inverno
è nato il sole
ad aprire nuovi orizzonti
sulla mia vita.
Perderò il mio sguardo
lontano dalla luce,
per trovare la forza di vivere,
la forza di amare.
Immergerò il mio corpo
nel caldo abbraccio dei raggi,
per scioglierlo in mille folgori.
Vivrò l’intensità del tramonto
e sarà per me
una nuova alba.
[1] Francesco, Discorso all’udienza generale, 17 agosto 2016.
[2] Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo, Omelia 50, 3-4 (PG 58, 508-509).
[3] Ambrogio, De Nabuthae, Capitolo 12, 53 (PL 14, 747); richiamato anche nel De Officiis Ministrorum (I, 28, 132).


