Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Maria Santissima di Gibilmanna
Gibilmanna, Santuario Maria Santissima di Gibilmanna
06 settembre 2026
Fratelli e sorelle carissimi,
vi saluto tutti con affetto.
Saluto le Autorità civili e militari e, in modo particolare, la Comunità di Cerda, dell'Arcidiocesi di Palermo, con il suo Sindaco. On. Salvatore Geraci, e il suo Parroco, Don Domenico Bartolone, che, più tardi, offriranno l’olio per la lampada.
Ancora una volta la nostra comunità si raccoglie con gioia attorno a Maria Santissima di Gibilmanna, Madre di Gesù e nostra Patrona.
È una festa che appartiene alla nostra storia, alla nostra fede e alla nostra memoria.
È una festa che ci riporta alle nostre radici e, nello stesso tempo, ci interroga sul nostro futuro. Perché una festa patronale non è soltanto il ricordo di una devozione ricevuta dai nostri padri. È una domanda rivolta al presente: “Maria, che cosa vuoi dire oggi alla nostra comunità?”
E il Vangelo che la Chiesa ci propone ci conduce a Cana di Galilea.
Una festa di nozze. Una tavola. Una famiglia. Gli invitati. La gioia.
E, improvvisamente, una mancanza: “Non hanno più vino”.
Vorrei porre questa sera alla vostra attenzione il particolare fornito da Giovanni: «Vi erano là sei anfore di pietra». Sei anfore. Di pietra. Destinate all'acqua della purificazione. E Gesù dice: “Riempite d'acqua le anfore”.
San Cirillo di Alessandria legge Cana alla luce del compimento dell'opera di Cristo.
Il primo segno conduce verso l'ultimo mistero. La gioia delle nozze conduce alla Croce ed essa porta alla Risurrezione [1].
E Maria sarà presente anche lì. A Cana. Ai piedi della Croce. Nel cenacolo, con la comunità nascente. Maria è presente nei passaggi decisivi della storia della salvezza.
San Giovanni Crisostomo, commentando Cana, sottolinea un particolare importante: quelle anfore erano destinate alla purificazione e non al vino. Per questo il miracolo non lascia spazio a equivoci. Non si tratta di vino nascosto da qualche parte. Non si tratta di un semplice cambiamento apparente. Cristo prende proprio ciò che era destinato alla purificazione e lo trasforma. E qui comprendiamo qualcosa della potenza della sua parola. Quando Cristo parla, la realtà può cambiare. L'acqua rimane acqua per gli occhi. Ma nelle mani di Cristo diventa vino [2]. E questo vale anche per la nostra vita. Quante volte noi guardiamo noi stessi e diciamo:
“Non cambierò mai”. “Questa situazione non cambierà”. “Questa famiglia non può ricominciare". “Questa ferita non guarirà”. “Questa comunità non ha futuro”.
Ma Cana ci dice: Non decidere tu che cosa Dio può fare con la tua acqua. Perché ciò che per te è soltanto acqua, nelle mani di Cristo può diventare vino.
Sant'Agostino vede nelle sei anfore anche l'immagine della storia sull’umanità.
La storia dell'uomo è come un recipiente che tende verso una pienezza. E Cristo è colui che porta a compimento ciò che l'uomo non riesce a compiere da solo [3].
Questa è una parola di speranza straordinaria. Perché viviamo in un tempo nel quale siamo spesso tentati dal pessimismo. Guardiamo la società e diciamo: “Va tutto male”. Guardiamo i giovani e diciamo: “Non sono più quelli di una volta”. Guardiamo la Chiesa e diciamo: “Una volta era diversa”.
Guardiamo il mondo e diciamo: “Non c'è più speranza”. Ma il Vangelo non ci permette di vivere di nostalgia e di essere pessimisti.
Il maestro di tavola dice: “Hai conservato fino ad ora il vino buono”. Non dice: “Il vino buono era all'inizio”.
Dice: “Fino ad ora”. Il vino buono arriva anche adesso. Questa è la speranza cristiana. Non significa negare le difficoltà. Significa credere che Cristo non ha ancora finito di operare.
A Cana Maria è la prima ad accorgersi che qualcosa non va.
Gli altri fanno festa. Gli altri mangiano. Gli altri parlano, danzano. Gli altri sono immersi nella gioia del momento.
Maria, invece, vede ciò che manca e dice a Gesù: “Non hanno più vino”.
Questa è la prima grande immagine di Maria che il Vangelo di Giovanni ci consegna.
Maria è colei che vede la necessità degli altri.
Vede la vergogna che sta per abbattersi su una famiglia.
Vede prima ancora che la situazione diventi pubblica.
E non si limita a vedere: intercede.
Porta quella mancanza davanti a Gesù. È questa la maternità di Maria. Una madre non è soltanto colei che genera.
È colei che si accorge. Si accorge quando il figlio è triste. Si accorge quando qualcosa non va. Si accorge di una sofferenza che gli altri non vedono.
Maria è Madre proprio così. E allora questa sera ci rivolgiamo a Lei.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali [4]
Scriveva Dante Alighieri nella Divina Commedia.
Possiamo chiederle: Maria, che cosa vedi guardando noi? Che cosa vedi nelle nostre famiglie? Che cosa vedi nei nostri giovani?
Che cosa vedi negli anziani? Che cosa vedi nelle nostre case? Che cosa vedi in quelli che sono qui e in quelli che non ci sono? Che cosa vedi in chi si è allontanato dalla fede? Che cosa vedi nel cuore di ciascuno di noi?
E forse Maria potrebbe ripetere ancora oggi: «Non hanno più vino».
Non hanno più vino della speranza. Non hanno più vino della fiducia. Non hanno più vino della fraternità. Non hanno più vino del perdono. Non hanno più vino della gioia. Non hanno più vino della fede.
Ed è proprio qui che il Vangelo ci presenta le sei anfore. Giovanni avrebbe potuto raccontare il miracolo senza descriverle. E invece insiste: “Sei anfore di pietra per la purificazione dei Giudei”. Perché?
Sei anfore. Non sette. Sei è il numero di ciò che ancora non è compiuto. È il numero di una realtà che tende verso una pienezza che non possiede in se stessa. E allora queste sei anfore possono diventare questa sera anche l'immagine della nostra vita. Della nostra comunità. Del nostro continente Europeo.
Perché anche noi siamo, in qualche modo, anfore.
Abbiamo una forma, una storia ed un'identità. Abbiamo ricevuto tradizioni, una fede ed una cultura. Abbiamo insomma ricevuto una memoria.
Ma possiamo porci una domanda: Che cosa contiene oggi la nostra anfora?
Perché si può avere un'anfora bellissima e averla vuota.
Si può avere una grande tradizione e avere il cuore vuoto.
Si possono avere chiese, feste, processioni, statue, campanili, tradizioni secolari e rischiare, nello stesso tempo, di non avere più il vino della fede.
E c’è un'altra parola che Giovanni non dimentica: “di pietra”.
La pietra infatti è solida; è dura. È resistente e anche pesante.
E qui il Vangelo ci offre una domanda molto seria.
Anche la fede può diventare una pietra? Anche la tradizione può diventare una pietra? Anche una comunità può diventare una pietra? Sì, quando conserva la forma ma perde la vita. Quando conserva le parole ma perde la capacità di ascoltare. Quando conserva le tradizioni ma perde la carità. Quando difende le strutture ma non riesce più ad accogliere.
Quando celebra Dio con le labbra ma non riesce più a riconoscerlo nel fratello. Questa è una deriva sempre possibile.
Ma guardiamo ciò che fa Gesù. Non dice: “Distruggete le anfore” o “Gettatele via”. Non dice: “Quello che avete ricevuto non serve più a nulla”, ma: “Riempitele d’acqua”.
Cristo non butta via la nostra storia, ma la trasforma. Non distrugge la tradizione; la porta a compimento. Non cancella ciò che siamo; lo apre alla grazia.
E qui Gesù pronuncia una parola sorprendente: «Riempite d'acqua le anfore”. Non dice: «Fate il miracolo».
Perché il miracolo non possono farlo loro. Dice: «Riempite le anfore». Fate ciò che potete fare. Portate l'acqua. Servite. Obbedite. Mettete a disposizione quello che avete. Poi sarà Dio a compiere ciò che voi non potete compiere. Questa è una parola liberante anche per noi. Perché spesso vorremmo risolvere tutto. Vorremmo una Chiesa perfetta. Una comunità perfetta. Famiglie perfette. Figli perfetti. Una società perfetta.
Ma il Vangelo ci chiede di essere disponibili. Riempite le anfore. Fate la vostra parte. Un padre ami suo figlio. Una madre custodisca la sua famiglia. Un figlio visiti i propri genitori. Un vicino si accorga del vicino. Un cristiano perdoni. Una comunità accolga. Chi ha qualcosa lo condivida. Chi è solo venga cercato. Chi soffre venga consolato. Chi si è allontanato venga chiamato per nome.
Riempite le anfore. Il vino lo farà Cristo.
La tradizione siriaca, con Sant'Efrem il Siro, ha contemplato con grande poesia il mistero di Maria come colei che accoglie in sé il Verbo di Dio. Maria è la creatura che dice sì. È la terra che riceve il seme. È il grembo che accoglie l'Incontenibile. E questo ci permette di comprendere ancora meglio le anfore.
Un'anfora serve a contenere. Maria è colei che ha saputo contenere Dio nella propria vita. Ma non lo ha contenuto per trattenerlo.
Lo ha contenuto per donarlo [5].
Questa è anche la vocazione di ogni cristiano. Ricevere Cristo e donarlo. Ricevere la grazia e trasformarla in carità. Ricevere il Vangelo e trasformarlo in vita. Ricevere consolazione e consolare. Ricevere perdono e diventare capaci di perdonare.
Una comunità cristiana è veramente un'anfora quando ciò che riceve da Dio diventa dono per gli altri.
E qui ritorniamo a Maria. Maria vede. Maria intercede. Maria ascolta. Ma soprattutto Maria indica la direzione: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.
Queste sono forse le parole più importanti che Maria possa rivolgere alla nostra comunità. Maria non dice: “Guardate me”. Dice: “Guardate Lui”. Maria non trattiene Cristo. Lo dona.
Maria non prende il posto di Gesù. Conduce a Gesù. Per questo una vera devozione mariana non può chiudersi in Maria. La vera devozione a Maria conduce sempre a Cristo.
Se celebriamo Maria ma non ascoltiamo Cristo, non abbiamo ancora compreso Maria. Se portiamo Maria in processione ma non portiamo il Vangelo nelle nostre relazioni, non abbiamo ancora compreso Maria. Se invochiamo Maria come Madre ma non impariamo da lei ad essere fratelli, non abbiamo ancora compreso Maria. Maria ci dice: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Fratelli e sorelle, questa sera la festa patronale ci pone davanti a una responsabilità. Possiamo continuare a custodire le nostre tradizioni e a celebrare la nostra Patrona.
Possiamo continuare a portare la sua immagine per le nostre strade. Ed è una testimonianza della nostra storia.
Ma dobbiamo chiederci: “Che cosa succede dopo la processione? Che cosa rimane quando le luci vengono spente? Quando finiscono i canti? Quando termina la festa?” “Rimane Cristo? Rimane la fraternità? Rimane un gesto di carità? Rimane una riconciliazione? Rimane qualcuno che si sente meno solo? Rimane una famiglia che ricomincia a pregare? Rimane un giovane che ha ritrovato speranza?”
Se questo accade, allora la nostra festa non è stata soltanto una bella tradizione perché è diventata Vangelo.
C'è un ultimo particolare. Il vino non viene prodotto per essere accumulato, ma per essere condiviso. Il vino è per la festa e per la tavola. È per la comunione.
Ed è qui che il Vangelo entra in contrasto con una cultura nella quale spesso siamo educati a pensare: “Quanto possiedo?”. Il Vangelo domanda: “Quanto sono capace di donare?”
La vera ricchezza non è soltanto ciò che abbiamo. È ciò che diventa vita per qualcun altro.
Forse il miracolo di Cana può essere letto anche così: Cristo trasforma l'acqua in vino quando la nostra vita smette di essere soltanto qualcosa da conservare e diventa qualcosa da donare.
E allora, carissimi fratelli e sorelle, oggi, nella festa della nostra patrona, non chiediamo semplicemente a Maria di proteggerci. Chiediamole qualcosa di più. Chiediamole di trasformarci in discepoli. Chiediamole occhi capaci di vedere. Cuori capaci di ascoltare. Mani capaci di servire. Fede capace di fidarsi. Coraggio capace di ricominciare. E soprattutto chiediamole di insegnarci la sua frase: “Qualsiasi cosa vi dirà, fatela”.
Perché questa frase contiene tutto il cammino cristiano.
Ascoltare Gesù. Fidarsi di Gesù. Seguire Gesù. Servire come Gesù. Amare come Gesù.
Santa Maria, Madre di Gesù,
la tua presenza a questo banchetto nuziale eucaristico
ci riempie di speranza, di gioia e di consolazione.
Santa Maria, Donna nuova,
come alle sei anfore quel giorno a Cana di Galilea attinsero i servi,
ora, per la tua preghiera, o Madre,
attinga da noi il Signore
affinché per il ministero della nostra Chiesa
l’amore di Dio giunga nella vita di ogni figlio e figlia di questa terra.
E il nostro Sinodo diventerà realtà attuata.
Santa Maria, Vergine fatta Chiesa,
come dalle sei anfore quel giorno a Cana di Galilea
l’acqua divenne vino
e la tristezza si mutò in gioia,
così ora, per la tua preghiera, o Madre,
raccogli nelle tue mani le lacrime e i gemiti,
i sogni e le speranze di tutti noi tuoi figli
e mescile col vino nel calice eucaristico per questa eucaristia.
E ancora una volta le nostre vite saranno trasfigurate.
Santa Maria, Terra vergine,
prega per la nostra Chiesa di Cefalù
perché viva in stato permanente di conversione
e resti fedele solo al Signore suo Sposo.
Santa Maria, Madre premurosa,
prega per tutti noi e per coloro che si affidano alla nostra preghiera
perché a tutti giunga la consolazione
che trabocca dal tuo cuore materno. Amen.
[1] Cfr. J.P. Migne, Patrologia Graeca, 73, 223-234.
[2] Cfr. Ivi, 59, 129-134.
[3] Cfr. J.P. Migne, Patrologia Latina, 35, 1459-1466.
[4] Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XXXIII, 13-15.
[5] Cfr. Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium (CSCO 154/155); Efrem il Siro, Inni sulla Fede, a cura di I. De Francesco, Collana di Testi Patristici, Città Nuova, Roma 1993.


