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"Chi cerca il volto di Cristo, alzi lo sguardo in alto"

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04/11/2018, 16:25

vescovo, omelie



Omelia-del-Vescovo-Giuseppe-nel-centenario-della-fine-della-Prima-Guerra-Mondiale


 





Carissimi,   
un saluto particolare anzitutto alleautorità civili e militari in questo giorno che ricorda l’unità nazionale. Avetevisto come l’enfasi ormai non è più sulla vittoria della Prima Guerra, ma sull’unitàdella Nazione. E proprio su questo dobbiamo insistere perché ogni guerra è unsempre un malaffare, in tutti i sensi. Soprattutto perché la guerra porta morte;l’unità invece porta la vita. Certo bisogna difendere l’unità della Nazione, macon le armi della pace e non della guerra. Ringrazio in modo particolare l’Arma dei Carabinieriperché attraverso l’Associazione NazionaleCarabinieri - Sezione di Cefalù quest’anno si sono messi a disposizione perun servizio di accoglienza e volontariato in Basilica Cattedrale.In ogni caso noi oggi ricordiamo tutti icaduti della Prima Guerra Mondiale, definita da Papa Benedetto XV "l’inutilestrage". Gli interventi della Chiesa sono stati a favore di chi era inbattaglia, soprattutto dei nostri soldati e delle tante migliaia di vedove e orfani;a favore sempre delle persone più fragili. Il Vangelo di oggi ci dice qual è il centrodella nostra fede: era questa la questione che si poneva a Gesù. Una questioneper tendergli un tranello, ma Gesù esce sempre vittorioso con la Verità non conle armi. Gesù non aggiunge nulla di nuovo rispetto alla legge antica: il primo comandamentodi Israele è Shemà Israel, "Ascolta Israele:il Signore è il tuo Dio" e quindi l’amore a Dio si dimostra nell’amore del comandamento,le cosiddette "Dieci Parole" di cui tre sono comandamenti che riguardano Dio.Tutti gli altri riguardano l’amore del prossimo. Ecco perché la sintesi dellanostra fede è: "Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima econ tutte le tue forze e il prossimo tuo come te stesso". Gesù loda il suo interlocutoreperché ha parlato bene, ha capito bene qual è il centro della fede di Israele el’evangelista che ci riporta questo episodio dice anche qual è il centro dellanostra fede. Il dramma sapete qual è? È quando noi separiamol’amore di Dio da quello del prossimo. Gesù unifica i due comandamenti in unosolo: "Ama il Signore Dio tuo, ama il prossimo come te stesso". Disgiungere questi comandamenti è fatale. Separarel’amore di Dio dall’amore del prossimo ci fa cadere in due grandi errori: sottolinearesolo l’amore di Dio, ci fa cadere nell’integralismo al punto tale da ucciderein nome di Dio; sottolineare solo il secondo, l’amore per il prossimo, c’inducein un altro difetto, il materialismo dove l’uomo perde il suo vero volto, ilsuo vero significato in una società costruita senza Dio. La Prima guerra viene fuori da un periodochiamato la Belle Époque dove l’uomoquasi si sostituisce a Dio perché era capace di inventare le cose più potenti,tanto potenti da diventare mezzi di distruzione di massa. Ecco i due estremi,ecco perché l’amore di Dio non va disgiunto dall’amore del prossimo e viceversa.Amare il Signore, amare il prossimo, amare i fratelli. Addirittura Gesù arrivaa dire di amare il proprio nemico.Ma nell’Europa cristiana dove matura la PrimaGuerra Mondiale, i figli dello stesso Dio si combattevano: tutti cristiani i popoliche si facevano guerra, ricordiamolo, tutte imparentate tra loro le teste coronatedi allora. Al fronte sotto le bandiere nazionali gli uni contro gli altri. Lo scrittore George Bernard Shawstigmatizza così questa situazione: "gli altari di Cristo si sono trasformantiin altari di morte", è terribile questa constatazione. Benedetto XV nella nota del 1917 fu un gridoinascoltato che provocò 16 milioni di morti con 20 milioni di feriti e mutilati.Una strage tra fratelli. Vorrei qui portarvi un commento di Don PrimoMazzolari sul perché la gente andò in guerra. Scrive così Don Primo:   

Ilbenessere di un prolungato periodo di tranquillità pesava sovra un mondoincapace di estenderlo agli umili con una più equa distribuzione di quellaricchezza che la tecnica riusciva a produrre a meno costo e più largamente. Ilpopolo, manovrato con preoccupante facilità, s’incupiva. Che gl’importava unaricchezza che egli guadagnava faticosamente per gli altri, di cui solo lebriciole, e contese ancor queste, venivangli serbate? La guerra scoppiò nelpieno di codesto malcontento di diritti defraudati e di rivolte contenute, inmezzo a una generazione che, dopo averla odiata a parole, era ancora capace diaccettarla se un motivo ideale qualsiasi ve la spingesse. Quando lo star male ècosì diffuso che non si capisce per quale strada uscirne, le catastrofi datutti deprecate, finiscono per essere da tutti inconsciamente accettate dietrola speranza che il respiro si allarghi in un’aria nuova o almeno rinnovata. 

PRIMO MAZZOLARI, La pieve sull’argine e l’uomo dinessuno, Edb, 1978 (or. 1951), p. 38-39 

Questo scriveva Don Primo. Ma ecco un’altratestimonianza più vicina a noi del poeta Ignazio Buttita, una lettera natadalla sofferenza della Prima Guerra Mondiale:  

Io sono del 1899, uno dei"ragazzi del ’99" e a diciassette anni ero in prima linea sul Piave. Ero intrincea... Ora voi mi vedete qua, mi vedete come un cristiano, come un poeta,come una persona buona caritatevole generosa e invece sono uno che ha ammazzatocentinaia e centinaia di cristiani, bambini e grandi. Che strano! E non sapete...e non sapete che cosa significa ammazzare un cristiano, non quanti ne hoammazzati io, diecimila, ventimila, ma ammazzarne uno... non sapete che cosasignifica... nel cuore che cosa c’è... il morto resta nel cuore... ce l’hai negliocchi... sempre davanti. Ritorno con il pensiero al fronte, dobbiamoseppellire i morti.   

A proposito un soldato inglese alla finedella guerra chiede al suo generale che cosa significa l’armistizio. Il generalegli risponde: "L’armistizio significa che ognuno seppellisce i proprio morti".   

E vabene, seppelliamo. Io esco e davanti alla mia mitragliatrice, proprio sopra lamia mitragliatrice, steso così... c’era un bambino, diciassette anni... tedesco...morto. Lo presi, ci guardai nelle tasche, perché in guerra quando ammazzavamo inemici, la prima cosa che facevamo era di rubargli l’orologio, se avevanosoldi, se avevano un fazzoletto, se avevano una lettera... Io gli infilai le maninelle tasche e questo non aveva niente...se non una fotografia. Chi c’era nellafotografia?! La madre abbracciata con lui. Dopo la guerra mi ero sposato, avevodue bambini. Una notte, verso l’una, rincaso, accendo la luce, mia moglie conun bambino abbracciato qua, nel letto matrimoniale e un’altra abbracciata qua,il maschietto e la femminuccia, così sul petto. Guardavo mia moglie e mi vannogli occhi al muro. "Guardo mia moglie abbracciata con i suoi figli; e io aquella madre ho ammazzato il figlio". Mi sedetti, cinque minuti: "Ora gliscrivo una lettera". Nella foto c’era l’indirizzo. Abitava a Stoccarda, inGermania. Scrivo questa lettera. Non mi rispose mai. Forse era morta. Forseaveva cambiato casa. Non mi rispose mai.   

Scrive le poche parole della lettera. Vela leggo perché è di una commozione straordinaria:   

Mammatedesca, ti scrive quel soldato italiano che ti ha ucciso il figlio. Maledettaquella notte. E le acque del Piave. E i cannoni e le bombe. E le luci chec’erano; maledette le stelle e le preghiere e le voci e il pianto e i lamenti el’odio, maledetti! Era così bello tuo figlio, mamma tedesca, lo vidi all’albacon la faccia bianca di bambino ancora addormentato. Com’era bello tuo figlio:sembrava che sopra quell’erba l’avessero posato le tue mani. Mamma tedesca, io,l’assassino che ti ha ucciso il figlio: come posso dormire sogni sereni comeposso abbracciare i miei figli come posso passare in mezzo agli uomini buonisenza essere scacciato, e crocefisso al muro? Mamma tedesca, madri di tutto ilmondo, vi chiamo! Ognuna, la pietra più grossa venisse a buttarla sopra di me:montagne di pietre, montagne di pietre, scacciate la guerra".  

IGNAZIO BUTTITA, Littraa ’na mamma tedesca, 1988. 

Ecosì concludo. Vi ringrazio per l’ascolto.  

✠ GiuseppeMarciante


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